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Notiziario TMC

Notiziario di informazione di musica e danza curato da M.Piscitelli

Concerto di Capodanno

Posted by admin On gennaio - 7 - 2011

CONCERTO  DI   CAPODANNO

Da qualche anno è finito uno dei più simpatici appuntamenti  classici  (sarà la designazione giusta???)  della televisione italiana; la trasmissione in diretta ( o quasi, con uno scarto di mezz’ora) del tradizionalissimo concerto di Capodanno offerto dalla città di Vienna il 1°  gennaio. Un’occasione per svegliarsi dalla sbornia del veglione con polche e valzer tra i più elettrizzanti, eseguiti dai magnifici Wiener Philharmoniker.I direttori si chiamavano Willy Boskovsky, Herbert von Karajan, carlos Kleiber, Claudio Abbado… anche se la prestigiosa orchestra viennese potrebbe suonare splendidamente senza direttore. Motivi di orgoglio nazionale hanno portato il teatro della Fenice di Venezia a offrire, nella stessa collocazione, un concerto operistico, che la RAI  ha immediatamente adottato, sostituendolo a quello viennese e trasmettendone la seconda parte. Quest’anno, sul podio dello splendido teatro veneziano, a dirigere Verdi, Rossini e Puccini, c’era l’inglese Daniel Harding: nient’affatto disprezzabile quanto a teatralità, accordo con le voci e anche conoscenza dell’italiano ( che è più importante di quanto generalmente si creda). Ma il discorso sui cantanti di oggi provoca un bilancio molto malinconico. La mattinata veneziana ha presentato tre voci povere di risonanza e di armonici; nel caso del soprano, anche già traballanti in età tutt’altro che matura. Neanche le più forti personalità della scena odierna – che qui comunque non c’erano – possono, in queste condizioni, cantare bene, interpretare, trasmettere un messaggio, rendere per qualche minuto una creazione musicale di centocinquanta o duecento anni fa. Il panorama internazionale, va detto, non ha offerto di meglio: tanto per citare un esempio, la bellissima Renée Fleming, a Dresda nelle stesse ore, è risultata anche lei molto deludente e stanca sul piano vocale. Appare così evidente come la scelta di primedonne e primiuomini si basi su criteri esclusivamente visivi: sei snello e aitante? Allora canta pure come sai; per me vai bene, per il grande pubblico sei comunque un mito.

Gina Guandalini

IL  VERDI  DI  OGGI

La sera del 2 gennaio, il conclamato “Rigoletto nei luoghi di Rigoletto”, affidato alla regìa dell’emiliano Marco Bellocchio, è stato riproposto in seconda serata, e con i tre atti tutti di seguito  ( a settembre erano stati suddivisi in tre diversi orari).  Fatto salvo il naturale splendore dell’architettura della città di Mantova – che il libretto verdiano sostituì alla Parigi del dramma di Victor Hugo – , l’impresa è apparsa, pur nella scorrevolezza della serata singola, complessivamente deludente. La tecnica cinematografica andrebbe applicata alla scena; non ai primi piani dei cantanti, che quasi mai corrispondono a ciò che il cinema ci ha abituati a vedere. Inoltre, una microfonazione non perfetta ha portato l’orchestra, ben diretta da Zubin Mehta in un teatro lontano da dove si cantava, a non calibrarsi chiaramente con gli interpreti vocali. La qualità canora dei protagonisti ha lasciato a desiderare. Nel ruolo del buffone gobbo – parte baritonale  difficilissima – le ristrettezze dei nostri tempi hanno portato alla geniale pensata di presentare un’istituzione melodrammatica come Placido Domingo; che non è più tenore, ma non è nemmeno quel baritono corposo e pastoso che la parte esige. Se la cava con la presenza drammatica e la sagace dizione dell’italiano. Esilissima la voce del Duca di Mantova, il giovane tenore Vittorio Grigolo, tanto che il problema dei microfoni si è ripresentato tra i possibili handicap dello spettacolo. Piuttosto sgradevole anche l’interprete di Maddalena, che dovrebbe essere giovane e seducente. Vero è che la Gilda della graziosa pietroburghese Julia Novikova era dolce e fragile sia da vedere sia da sentire. Meglio allora due stagionati veterani, due vecchie volpi come Ruggero Raimondi, spettrale Sparafucile, e Giorgio Gatti, angosciato Conte di Ceprano. Il discorso della situazione lirica attuale è complesso. Almeno l’impresa di Bellocchio ha il merito di riaprirlo tra gli “specialisti”: e riparlare di esecuzioni verdiane è sempre e comunque un fatto positivo. Tuttavia, la obiettiva difficoltà di assemblare voci autenticamente capaci di rispondere alle esigenze del melodramma ottocentesco  resta, e si fa drammatica.

Gina Guandalini

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