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December , 2018
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Notiziario TMC

Notiziario di informazione di musica e danza curato da M.Piscitelli

La Bacheca dei Concerti - I nostri viaggi musicali -

Archivio per ‘Notizie di Gina Guandalini’ Category

MARIA CALLAS L ‘Interprete la Storia

Posted by admin On luglio - 22 - 2011 Commenti disabilitati

Maria Callas è una leggenda della musica lirica, sono stati scritti diversi libri sulla sua vita, sulla storia che l’hanno resa un mito, spaziando dalla sua complessa personalità ai grandi successi, alla vita privata spesso sofferta.
Maria Callas nasce il 2 Dicembre del 1923 a New York, da genitori di origine greca. I rapporti con la madre furono sempre tormentati, forse a causa della prematura scomparsa di un figlio, che la madre sperava di poter sostituire con un altro maschietto; invece naque Maria. In lei, Maria, vede una figura intransigente e oppressiva, delusa dalla vita e dalla scarsa ambizione del marito farmacista.
Ben presto Maria rivela le doti della sua bellissima voce, e grazie a delle lezioni private di canto migliora giorno dopo giorno, così inizia a partecipare a delle trasmissioni radiofoniche.
E’ qui che inizia l’ossessione della madre per la sua carriera artistica.
Lascia il marito per tornare in Grecia, e qui Maria inizia a prendere lezioni da persone di spicco del panorama della musica lirica; fra queste la più famosa è Elvira De Hidalgo, che oltre ad essere un ottima insegnante sarà una delle sue più grandi amiche.
Le esperienze più serie e retribuite iniziano nel 1940, periodo in cui la Grecia è oggetto dell’attacco degli italiani. Arrivano le truppe naziste e il coprifuoco rende difficile la sopravvivenza. Maria continua comunque a studiare e riesce a farsi notare, ottenendo ruoli difficili in grandi opere, dalla Tosca all’Otello, lasciando tutti affascinati dalle sue straordinarie capacità.

La sua vera vita artisitica inzia a metà degli anni ’50 del Novecento, nel Teatro della Scala di Milano: grazie alle sue origini umili, alla sua grinta e alla sua modestia oggi viene ricordata con l’appellativo di “Divina”. Ottiene due audizioni al Metropolitan di New York, ma il mondo dell’Opera in America attraversa una fase di caos, senza direttive artistiche precise: non riconobbero la sua bravura, ma le consigliarono di continuare a studiare per migliorarsi; non si arrende, e riesce a entrare nella United States Opera Company, un’organizzazione che vuole rilanciare gli artisti europei. Inizia cosi la sua avventura in Italia.

Maria in quel periodo si presenta un po’ appesantita alle audizioni, così le assegnano dei ruoli drammatici più facili da associare alla sua immagine.
In Italia conosce suo marito, la sua ascesa non ha freni, qualsiasi opera registrata fra il 1947 e il 1957 è ancora oggi oggetto di culto fra gli appassionati. Maria è consapevole della rivoluzione che sta per dare al mondo dell’opera, ma già a 24 anni vive nell’angoscia e nel tormento, perché pretende tanto da se stessa ma anche dagli altri, che spesso la deludono. Improvvisamente capisce l’importanza del vestirsi elegante, perde diversi chili, e sarà sempre l’unica capace di ridare lo stile ormai dimenticato del romanticismo italiano alle grandi opere, spesso sottovalutate. La Callas inizia a sentirsi stanca, e a dare scandalo, come quando si rifiuta di cantare il secondo atto della Norma, con il Presidente della Repubblica presente in sala. La stampa inizia la campagna anti–Callas.
E’ celebre la tormentata storia con il miliardario Onassis, che determino la rottura col marito. Nonostante tutto, il pubblico dimostra di averla sempre amata, nessun paragone può reggere con chi pretendeva di sostituirla. Alla fine della sua carriera concertistica accetta di girare un film con Pasolini, Medea. Fra i due nascerà una bella amicizia.

In occasione dei cinquant’anni dalla sua morte, Gina Guandalini la ricorda in questo nuovo libro, arricchito da bellissime fotografie, e da aspetti inediti della sua vita. Anche se non siete grandi esperti di questo genere musicale credo sarete spinti ad approfondire la conoscenza di questa grandissima donna.

Maria Callas l’interprete la storia

GINA GUANDALINI

NOTIZIE RECENTI.

Posted by admin On febbraio - 15 - 2011 Commenti disabilitati

CARNEGIE HALL  ALLA  TECNICA  PERDUTA

In Italia non si pensa a rendere pubblica la “master class”, o lezione di perfezionamento musicale.

All’estero questo momento di studio e di meditazione tra grande insegnante ed allievo dotato è spettacolo che comporta vendita di biglietti e  come tale viene pagato. Il mezzosoprano americano Marilyn Horne, belcantista insigne, partner di Pavarotti e della Sutherland in tante serate storiche, è stata probabilmente una delle più grandi cantanti del secolo XX – se non la massima. Ha creato una fondazione per sostenere e propagandare il repertorio da camera e da salotto per voce; essendo il compleanno della Horne  in gennaio, la Carnegie Hall, storica istituzione musicale sulla 57ma strada che ospita anche gli uffici della Horne Foundation, le dedica ogni anno la seconda metà di quel mese: concerti e omaggi  alla regina del canto americano. La “Marilyn Horne Master Class” è sempre al centro del tributo musicale. Con lei l’insegnamento è uno show coinvolgente e spesso molto divertente, anche se l’oggetto dell’apprendimento è magari austero, pesante, un Lied di Mahler o un song di Britten; oppure se un giovane americano affronta  la canzone napoletana più strappacuore. L’illustre docente rimprovera scherzando: riesce a fare l’imitazione di un suono sbagliato, a  tirare fuori le motivations dello studente che ha davanti. L’emissione, il suono degli allievi vengono dalla Horne sempre arricchiti e abbelliti. Se si presenta la solita ragazza bellissima, dalla  figura snellissima, sappiamo che si ascolterà una vocina povera di armonici; ma lei la fa lavorare sulle sfumature e sul fascino del testo. Si tratta sempre di studenti preparatissimi, provenienti da scuole di altissimo livello. Nel corso di una ventina di minuti la pronuncia dell’allievo viene passata al setaccio dalla Horne e perfezionata. Tedesco, spagnolo, italiano non hanno segreti per lei.  Signori organizzatori dei teatri d’opera italiani, a quando questo così ammirevole spiegamento di intuito e di esperienza potrà avvantaggiare anche gli studenti che sono qui in Italia?

Gina Guandalini

CIGNO NERO, UN FILM HORROR

Il regista Darren Aronofsky ha riportato agli allori cinematografici un attore che sembrava definitivamente tramontato, Mickey Rourke, con il film  The Wrestler. Ora Aronofsky è ritornato su tutti i manifesti di Broadway con un horror movie che si intitola Black Swan, ”Cigno nero”. A Venezia, nel settembre scorso, questo film, non ancora giunto sugli schermi di tutta Italia, è stato accolto con un’ovazione  Nina, una giovane ballerina del New York City Ballet (la bravissima Natalie Portman, che per questo ruolo ha studiato balletto per sei mesi con una vecchia gloria della danza classica statunitense, Georgina Parkinson) è prescelta come protagonista del Lago dei Cigni dal coreografo francese, un ironico e donnaiolo Vincent Cassel. La ragazza è oppressa dalla madre (Barbara Hershey, bravissima) che la controlla giorno e notte. Sarà capace di interpretare anche il Cigno Nero, l’alter ego malvagio della dolcissima principessa-cigno in tutù bianco? Se all’inizio Black Swan sembra un film sul capolavoro ballettistico-romantico di Ciaikovski, nel filone di Scarpette rosse e Due vite, una svolta, la storia sconfina presto nelle atmosfere di  Polansky e  di Cronenberg. Tormentata e  nevrotica, la giovane ballerina accumula sul suo corpo misteriose “stigmate”, che la regìa ci rivela ogni volta con sussulti angosciosi. Inutile scomodare i critici di danza, siamo dentro al racconto di una  “possessione” terrificante, con tutte le implicazioni orrorifiche del mito del “doppio”. Non diremo “come va a finire”. Ma i ballettomani saranno forse un poco delusi. La protagonista non è sostituita, nelle scene in campo lungo, da ballerine davvero strepitose, ciò che giustificherebbe la scena finale del film. E .Ciaikovsky c’è, ma arrangiato da Clint Mansell, e gli fa buona compagnia il gruppo rock The Chemical Brothers.

Gina Guandalini

IL  MESE   VALERI  A ROMA

Una eccezionale “monografia” è stata dedicata a Roma all’attrice e autrice Franca Valeri dal teatro Valle. Per tutto  il mese di gennaio sono andati in scena quattro diversi spettacoli, tutti suoi.

Dapprima la commedia, che la Valeri ha scritto due anni fa; poi il monologo (anch’esso di sua creazione) La vedova Socrate, già visto e premiato in mezza Italia dal 2002;

alla fine di questo gennaio 2011 è stata presentata una serata personalissima, “Avrei voluto essere un mezzosoprano”, ricordi e ascolti lirici insieme a una decina di cantanti da lei stessa indirizzati all’opera. A concludere questo calendario monografico una serata sui rapporti tra Franca Valeri e il cinema, conclusa dalla proiezione di “Parigi o cara”, il divertente e amaro film del 1962 con lei e con il suo ex marito Vittorio Caprioli.

La pièce Non tutto è risolto porta in scena la breve sosta in una casa antica di una piccola signora impellicciata e incontenibile, nell’affettuosa ma secca regìa di Giuseppe Marini. La controparte della protagonista non è un’altra donna, ma un’antica imponente stufa viennese di maiolica che troneggia in scena e che , al contrario della visitatrice, è bellissima e fredda. La Valeri porta avanti con furioso sarcasmo  le sue convinzioni esistenziali, il suo lucido rifiuto di tutte le concezioni femminili convenzionali: l’amore, la famiglia, la maternità. Come ha sempre fatto, con humour surreale, respinge e ridicolizza il proprio figlio (Urbano Barberini, perfetto nel ruolo), tiranneggia la  segretaria (Licia Maglietta), Esce di scena indomita e sogghignante,. Anche il monologo di Santippe porta avanti dal 2002 questa ostinata, irridente  volontà di non lasciare che un uomo fagociti la vitalità e l’ironia della sua donna. Non tutto è risolto potrebbe essere visto come un  sequel de Le catacombe del 1960 o appunto de La vedova Socrate. Il pubblico le tributa un’ammirazione che sconfina nella mitizzazione. L’ultima (per ora) commedia scritta da Franca Valeri è prevista anche  al Piccolo di Milano, nel prossimo autunno.

. Gina Guandalini

Concerto di Capodanno

Posted by admin On gennaio - 7 - 2011 Commenti disabilitati

CONCERTO  DI   CAPODANNO

Da qualche anno è finito uno dei più simpatici appuntamenti  classici  (sarà la designazione giusta???)  della televisione italiana; la trasmissione in diretta ( o quasi, con uno scarto di mezz’ora) del tradizionalissimo concerto di Capodanno offerto dalla città di Vienna il 1°  gennaio. Un’occasione per svegliarsi dalla sbornia del veglione con polche e valzer tra i più elettrizzanti, eseguiti dai magnifici Wiener Philharmoniker.I direttori si chiamavano Willy Boskovsky, Herbert von Karajan, carlos Kleiber, Claudio Abbado… anche se la prestigiosa orchestra viennese potrebbe suonare splendidamente senza direttore. Motivi di orgoglio nazionale hanno portato il teatro della Fenice di Venezia a offrire, nella stessa collocazione, un concerto operistico, che la RAI  ha immediatamente adottato, sostituendolo a quello viennese e trasmettendone la seconda parte. Quest’anno, sul podio dello splendido teatro veneziano, a dirigere Verdi, Rossini e Puccini, c’era l’inglese Daniel Harding: nient’affatto disprezzabile quanto a teatralità, accordo con le voci e anche conoscenza dell’italiano ( che è più importante di quanto generalmente si creda). Ma il discorso sui cantanti di oggi provoca un bilancio molto malinconico. La mattinata veneziana ha presentato tre voci povere di risonanza e di armonici; nel caso del soprano, anche già traballanti in età tutt’altro che matura. Neanche le più forti personalità della scena odierna – che qui comunque non c’erano – possono, in queste condizioni, cantare bene, interpretare, trasmettere un messaggio, rendere per qualche minuto una creazione musicale di centocinquanta o duecento anni fa. Il panorama internazionale, va detto, non ha offerto di meglio: tanto per citare un esempio, la bellissima Renée Fleming, a Dresda nelle stesse ore, è risultata anche lei molto deludente e stanca sul piano vocale. Appare così evidente come la scelta di primedonne e primiuomini si basi su criteri esclusivamente visivi: sei snello e aitante? Allora canta pure come sai; per me vai bene, per il grande pubblico sei comunque un mito.

Gina Guandalini

IL  VERDI  DI  OGGI

La sera del 2 gennaio, il conclamato “Rigoletto nei luoghi di Rigoletto”, affidato alla regìa dell’emiliano Marco Bellocchio, è stato riproposto in seconda serata, e con i tre atti tutti di seguito  ( a settembre erano stati suddivisi in tre diversi orari).  Fatto salvo il naturale splendore dell’architettura della città di Mantova – che il libretto verdiano sostituì alla Parigi del dramma di Victor Hugo – , l’impresa è apparsa, pur nella scorrevolezza della serata singola, complessivamente deludente. La tecnica cinematografica andrebbe applicata alla scena; non ai primi piani dei cantanti, che quasi mai corrispondono a ciò che il cinema ci ha abituati a vedere. Inoltre, una microfonazione non perfetta ha portato l’orchestra, ben diretta da Zubin Mehta in un teatro lontano da dove si cantava, a non calibrarsi chiaramente con gli interpreti vocali. La qualità canora dei protagonisti ha lasciato a desiderare. Nel ruolo del buffone gobbo – parte baritonale  difficilissima – le ristrettezze dei nostri tempi hanno portato alla geniale pensata di presentare un’istituzione melodrammatica come Placido Domingo; che non è più tenore, ma non è nemmeno quel baritono corposo e pastoso che la parte esige. Se la cava con la presenza drammatica e la sagace dizione dell’italiano. Esilissima la voce del Duca di Mantova, il giovane tenore Vittorio Grigolo, tanto che il problema dei microfoni si è ripresentato tra i possibili handicap dello spettacolo. Piuttosto sgradevole anche l’interprete di Maddalena, che dovrebbe essere giovane e seducente. Vero è che la Gilda della graziosa pietroburghese Julia Novikova era dolce e fragile sia da vedere sia da sentire. Meglio allora due stagionati veterani, due vecchie volpi come Ruggero Raimondi, spettrale Sparafucile, e Giorgio Gatti, angosciato Conte di Ceprano. Il discorso della situazione lirica attuale è complesso. Almeno l’impresa di Bellocchio ha il merito di riaprirlo tra gli “specialisti”: e riparlare di esecuzioni verdiane è sempre e comunque un fatto positivo. Tuttavia, la obiettiva difficoltà di assemblare voci autenticamente capaci di rispondere alle esigenze del melodramma ottocentesco  resta, e si fa drammatica.

Gina Guandalini

IL VERDI DI OGGI

Posted by admin On gennaio - 7 - 2011 Commenti disabilitati

IL  VERDI  DI  OGGI

La sera del 2 gennaio, il conclamato “Rigoletto nei luoghi di Rigoletto”, affidato alla regìa dell’emiliano Marco Bellocchio, è stato riproposto in seconda serata, e con i tre atti tutti di seguito  ( a settembre erano stati suddivisi in tre diversi orari).  Fatto salvo il naturale splendore dell’architettura della città di Mantova – che il libretto verdiano sostituì alla Parigi del dramma di Victor Hugo – , l’impresa è apparsa, pur nella scorrevolezza della serata singola, complessivamente deludente. La tecnica cinematografica andrebbe applicata alla scena; non ai primi piani dei cantanti, che quasi mai corrispondono a ciò che il cinema ci ha abituati a vedere. Inoltre, una microfonazione non perfetta ha portato l’orchestra, ben diretta da Zubin Mehta in un teatro lontano da dove si cantava, a non calibrarsi chiaramente con gli interpreti vocali. La qualità canora dei protagonisti ha lasciato a desiderare. Nel ruolo del buffone gobbo – parte baritonale  difficilissima – le ristrettezze dei nostri tempi hanno portato alla geniale pensata di presentare un’istituzione melodrammatica come Placido Domingo; che non è più tenore, ma non è nemmeno quel baritono corposo e pastoso che la parte esige. Se la cava con la presenza drammatica e la sagace dizione dell’italiano. Esilissima la voce del Duca di Mantova, il giovane tenore Vittorio Grigolo, tanto che il problema dei microfoni si è ripresentato tra i possibili handicap dello spettacolo. Piuttosto sgradevole anche l’interprete di Maddalena, che dovrebbe essere giovane e seducente. Vero è che la Gilda della graziosa pietroburghese Julia Novikova era dolce e fragile sia da vedere sia da sentire. Meglio allora due stagionati veterani, due vecchie volpi come Ruggero Raimondi, spettrale Sparafucile, e Giorgio Gatti, angosciato Conte di Ceprano. Il discorso della situazione lirica attuale è complesso. Almeno l’impresa di Bellocchio ha il merito di riaprirlo tra gli “specialisti”: e riparlare di esecuzioni verdiane è sempre e comunque un fatto positivo. Tuttavia, la obiettiva difficoltà di assemblare voci autenticamente capaci di rispondere alle esigenze del melodramma ottocentesco  resta, e si fa drammatica.

Gina Guendalini

L’Autobiografia di Franca Valeri

Posted by admin On gennaio - 7 - 2011 Commenti disabilitati

L’AUTOBIOGRAFIA  DI  FRANCA VALERI

“Bugiarda no, reticente”; da questa ironica definizione di sua madre Franca Valeri ha preso il titolo della sintetica, spiazzante autobiografia che la Einaudi   ha appena pubblicato. Va da sé che chi legge queste pungenti annotazioni deve necessariamente avere già per conto proprio un’idea un po’ più ampia e dettagliata della grande carriera “valeriana”. Milanese, di padre ebreo, borghese con gli occhi apertissimi sul mondo, colta e coraggiosa, Franca è venuta a Roma appena terminata la guerra e ha, in pratica, creato se stessa: autrice e attrice di un teatro che definire leggero, o anche brillante, non è sufficiente; staffilatrice di tutti i luoghi comuni, le manie, gli snobismi e gli intellettualismi di quell’Italia che lei è la prima a definire “mezza calzetta”. Quello che diceva nel 1948, o nel 1960 è assolutamente valido, infatti,  anche – o soprattutto – per l’Italia di oggi.

Molti gli episodi che riguardano i genitori di Franca, quasi nulla leggiamo sul dramma delle leggi razziali che costrinsero il padre della Valeri a fuggire in Svizzera e lei stessa – “mezzo sangue” per le leggi razziali – a vagare insieme alla madre da un rifugio provvisorio all’altro per la Lombardia.

Raccontati con leggerezza, per accenni, i due grandi amori della sua vita, l’attore Vittorio Caprioli e il direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi

Ci si aspetta ora che il testo dell’ultima commedia della nostra autrice, “Non tutto è risolto”, che sta per debuttare a Roma al Teatro valle, venga pubblicato; come pure tanti altri testi che fanno di questa piccola donna indomabile una delle più grandi autrici  teatrali italiane. Franca, ovviamente, prova antipatia per l’aggettivo “mitico”. Ma se non è mitica lei, a chi dedicare questo attributo ?;

Gina Guandalini

Il Romanzo Rosa per Eccellenza

Posted by admin On gennaio - 7 - 2011 Commenti disabilitati

IL ROMANZO  ROSA  PER ECCELLENZA

E’  recentissima  l’iniziativa del settimanale “Oggi”, di associare alle sue copie alcuni titoli della scrittrice Liala.

L’operazione si basa sul ragionamento che l’autrice zuccherosa per eccellenza è tuttora un fenomeno commerciale imponente. Alle 30 000  copie annuali vendute da alcuni dei suoi romanzi  va aggiunto il mercato di bancarella, dell’usato, che è presumibilmente ancora più vasto e non conosce soste. Non c’è, in parole povere, un filone letterario comparabile a Liala per successo di vendite – un successo ininterrotto dal 1931. Pinocchio e Il codice da Vinci sono ampiamente battuti.

E’ bene allora guardare ai valori trasmessi da Amalia Negretti Cambiasi, ribattezzata “Liala” da D’Annunzio in persona. Ricerca spasmodica dell’amore immenso, assoluto: descrizioni minuziose di ambienti alto borghesi e aristocratici con i loro abiti di sartoria e relativi alberghi, castelli e arredamenti di lusso. Tutto questo in una prosa sicura ed elegante, lievemente “dannunziana”, ma mai pedante. Trionfa perlopiù nei suoi racconti quello che gli studiosi francesi di letteratura popolare definiscono “la vittoria della vergine”: lui – i romanzi partono spesso con un protagonista maschile -  ha tutte le donne che vuole; ma alla fine sposa la fanciulla illibata e inesperta, che è l’unica degna di fondare un focolare. Valori datati, ovviamente. Ma che pure presentano, nei 73 romanzi  e nelle 6 raccolte di novelle di Liala, scritti tra il ’27 e l’86, diverse eccezioni. In realtà la prima eccezione fu  il dato biografico della scrittrice comasca: due clamorose fughe dal tetto coniugale (aveva sposato giovanissima un maturo aristocratico) in anni in cui l’adulterio con convivenza corrispondeva alla “morte civile”. La prima fu la fulminea passione per un ufficiale di aviazione, molto pubblicizzata per la tragica fine di lui in un incidente aereo. Solo di recente si è saputo che in seguito Liala convisse per 18 anni con un altro ufficiale di aviazione.Le lettrici lo ignoravano.Ma questa vita indipendente e spregiudicata ha influenzato molte delle trame dei suoi romanzi. Fatto sta che oggi anche le nipoti delle femministe sessantottine riempiono i forum del web con appassionate dichiarazioni di ammirazione a Liala, e si scambiano informazioni, commenti e volumi.

Gina Guendalini

Londra:Teatro E cioccolata

Posted by admin On gennaio - 7 - 2011 Commenti disabilitati

LONDRA: TEATRO E CIOCCOLATA

A sud del Tamigi si va consolidando la fama di un minuscolo teatro che era originariamente, come si evince dal nome, una fabbrica di cioccolata: il Menier Chocolate Factory. Circa centonovanta posti, e l’impressione di poter toccare gli attori dalle poltrone di prima fila. Ma proprio le piccole dimensioni e tutti i problemi di budget che si possono immaginare hanno portato i gestori ad aguzzare l’ingegno e fare del Menier un trampolino di lancio per i più originali musicals del mondo. Che dopo il battesimo “cioccolatoso” passano ai grandi teatri del West End londinese, Broadway e a Parigi, a conferma dell’importanza che ha ormai assunto questo “trampolino” nato in periferia. I limiti di spazio e di finanze hanno costretto tutti ad essere creativi. E nomi illustri dell’impresariato e della regìa si sono divertiti a venire qui alla ex Fabbrica di Cioccolata, per sperimentare in uno spazio limitato le possibilità dei loro spettacoli. Attualmente furoreggia The Invisible Man, ossia L’uomo invisibile: è la versione scanzonata del romanzo (letterariamente molto serioso) di H.G.Wells, creata diciannove anni fa dal geniale Kenneth Hill. Le musiche di Steven Edis sono molto piacevoli, ma sono gli ormai storici effetti speciali di Paul Kieve, re dei maghi e fondatore del londinese “Magic Circle”, a strappare l’applauso. Una serata al menier è da consigliare a chiunque vada a Londra anche per pochi giorni.. L’AUTOBIOGRAFIA DI FRANCA VALERI “Bugiarda no, reticente”; da questa ironica definizione di sua madre Franca Valeri ha preso il titolo della sintetica, spiazzante autobiografia che la Einaudi ha appena pubblicato. Va da sé che chi legge queste pungenti annotazioni deve necessariamente avere già per conto proprio un’idea un po’ più ampia e dettagliata della grande carriera “valeriana”. Milanese, di padre ebreo, borghese con gli occhi apertissimi sul mondo, colta e coraggiosa, Franca è venuta a Roma appena terminata la guerra e ha, in pratica, creato se stessa: autrice e attrice di un teatro che definire leggero, o anche brillante, non è sufficiente; staffilatrice di tutti i luoghi comuni, le manie, gli snobismi e gli intellettualismi di quell’Italia che lei è la prima a definire “mezza calzetta”. Quello che diceva nel 1948, o nel 1960 è assolutamente valido, infatti, anche – o soprattutto – per l’Italia di oggi. Molti gli episodi che riguardano i genitori di Franca, quasi nulla leggiamo sul dramma delle leggi razziali che costrinsero il padre della Valeri a fuggire in Svizzera e lei stessa – “mezzo sangue” per le leggi razziali – a vagare insieme alla madre da un rifugio provvisorio all’altro per la Lombardia. Raccontati con leggerezza, per accenni, i due grandi amori della sua vita, l’attore Vittorio Caprioli e il direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi Ci si aspetta ora che il testo dell’ultima commedia della nostra autrice, “Non tutto è risolto”, che sta per debuttare a Roma al Teatro valle, venga pubblicato; come pure tanti altri testi che fanno di questa piccola donna indomabile una delle più grandi autrici teatrali italiane. Franca, ovviamente, prova antipatia per l’aggettivo “mitico”. Ma se non è mitica lei, a chi dedicare questo attributo ?;

Gina Guandalini

Galà di Beneficenza R.Bolle

Posted by admin On dicembre - 2 - 2010 Commenti disabilitati

L’aitante danzatore piemontese, ormai idolo delle platee ballettofile di tutto il mondo, ha prestato la sua presenza per una galà di beneficenza a favore dell’Unicef. che si è svolto a Roma, all’Auditorio della Conciliazione, il 20 novembre scorso. Fondamentalmente si è trattato, per la maggior parte degli esperti di danza, della replica dei numeri che Bolle va offrendo, con immutata maestria tecnica e crescente carisma, un po’ in tutto il mondo; ma per Roma la serata ha significato la possibilità di godere di straordinarie prestazioni solistiche e di “pas de deux” praticamente inediti. Se il vertice delle ovazioni è stato raggiunto dall’ormai celebre “Canone in Re Maggiore” di Pachelbel danzato da Bolle e dai fratelli Bubenicek – grazie anche allo splendore della musica -, altri numeri hanno avuto pari successo: lo straordinario humour del giovane moscovita Alexander Zaitsev nei panni di un ubriacone, sulle note della canzone “Le Bourgeois” di Jacques Brel; la sinfonia della “Gazza ladra” di Rossini resa comicamente sgangherata dalla coreografia di Christian Spuck; quel vecchio balletto della ”Signora delle Camelie”, che era francamente brutto nel ’64, quando Nureyev e la Fonteyn ne fecero un trionfo personale, e qui, rifatto da John Neumeier, ha trionfato, con due amorosi di alta classe come Lucia Lacarra e Marlon Dino. Ma sarebbe troppo lungo ricordare qui
I balletti che hanno entusiasmato l’enorme auditorio, che era stracolmo. Il nostro Roberto ha sfiorato la perfezione anche in brevi saggi ben calibrati de i suoi più grandi ruoli, come Don José di “Carmen” e Eugenio Onjeghin ( Roland Petit e John Cranko iu rispettivi coreografi). Per due ore, ballettisticamente parlando, Roma è stata come New York e Stoccarda.
Gina Guendalini

OPERA E GRIFFES

Posted by admin On novembre - 25 - 2010 Commenti disabilitati

OPERA  E  GRIFFES

di Gina Guandalini

“Il teatro alla Moda” è il titolo di un pamphlet dei primi del ‘700 in cui Benedetto Marcello satireg-giava il cattivo gusto e la cialtronaggine del melodramma. Oggi invece possiamo ammirare lo splendido contributo dei massimi stilisti italiani nella della mostra“Il Teatro alla Moda. Costumi di scena. Grandi stilisti”. Al Museo della Fondazione Roma, a via del Corso, nel pieno centro di Roma, si è aperta il 5 novembre un’esposizione di costumi, abiti da sera, bozzetti e video. Le firme:  Gianni Versace, Roberto Capucci, Giorgio Armani, le sorelle Fendi, i Missoni. Nell’ultimo quarto di secolo i grandi stilisti hanno fatto all’opera lirica, all’operetta e al balletto una “trasfusione” di glamour di cui qui si ammirano le testimonianze. Un lato del “made in Italy” di cui essere orgogliosi. Ci sono i vestiti di Genny per  Katia Ricciarelli, di Gianni Versace per Kiri Te Kanawa, la sezione dedicata alle sorelle Fendi che si intitola “L’Opera in pelliccia”. C’è la Lucia di Lammemoor, che la Scala nell’83 affidò ai Missoni, con tartan scozzesi interamente “ricreati”. Foto di Così fan tutte nei modelli di Armani, di eleganza abbagliante. E che dire del costume a coda di sirena, con lungo strascico nero, creato da Re Giorgio per il danzatore Joaquin Cortès ? C’è poi la “sala Kabaivanska”, anche se non è intitolata così: gli abiti che Capucci ha disegnato per la grande Raina nel corso della sua carriera occupano uno spazio a parte, lasciano senza fiato, sono abbaglianti “costruzioni” in seta e  taffetas, che esprimono una eleganza e una teatralità da fuori classe. E c’è molto altro da ammirare, in esposizione fino al 5 dicembre.

OPERA  E  GRIFFES

di Gina Guandalini

“Il teatro alla Moda” è il titolo di un pamphlet dei primi del ‘700 in cui Benedetto Marcello satireg-giava il cattivo gusto e la cialtronaggine del melodramma. Oggi invece possiamo ammirare lo splendido contributo dei massimi stilisti italiani nella della mostra“Il Teatro alla Moda. Costumi di scena. Grandi stilisti”. Al Museo della Fondazione Roma, a via del Corso, nel pieno centro di Roma, si è aperta il 5 novembre un’esposizione di costumi, abiti da sera, bozzetti e video. Le firme:  Gianni Versace, Roberto Capucci, Giorgio Armani, le sorelle Fendi, i Missoni. Nell’ultimo quarto di secolo i grandi stilisti hanno fatto all’opera lirica, all’operetta e al balletto una “trasfusione” di glamour di cui qui si ammirano le testimonianze. Un lato del “made in Italy” di cui essere orgogliosi. Ci sono i vestiti di Genny per  Katia Ricciarelli, di Gianni Versace per Kiri Te Kanawa, la sezione dedicata alle sorelle Fendi che si intitola “L’Opera in pelliccia”. C’è la Lucia di Lammemoor, che la Scala nell’83 affidò ai Missoni, con tartan scozzesi interamente “ricreati”. Foto di Così fan tutte nei modelli di Armani, di eleganza abbagliante. E che dire del costume a coda di sirena, con lungo strascico nero, creato da Re Giorgio per il danzatore Joaquin Cortès ? C’è poi la “sala Kabaivanska”, anche se non è intitolata così: gli abiti che Capucci ha disegnato per la grande Raina nel corso della sua carriera occupano uno spazio a parte, lasciano senza fiato, sono abbaglianti “costruzioni” in seta e  taffetas, che esprimono una eleganza e una teatralità da fuori classe. E c’è molto altro da ammirare, in esposizione fino al 5 dicembre.

SHIRLEY VERRETT: IN MEMORIAM

Posted by admin On novembre - 25 - 2010 Commenti disabilitati

SHIRLEY  VERRETT: IN MEMORIAM

di Gina Guandalini

Ci ha lasciato Shirley Verrett, mezzosoprano e soprano di colore nata a New Orleans nel 1931.  Grande cantante, bellissima donna, in Italia è legata a numerosi trionfi.  Nel ’75 alla Scala creò una straordinaria Lady Macbeth nel Macbeth di Verdi, con la direzione di Claudio Abbado e la regìa di Giorgio Strehler, che riuscì a sostenere il confronto con la Callas e andò anche in tournée a Washington.

Dopo aver studiato a New York alla prestigiosa Juilliard School, Shirley cantava già nel ’57. Stravinsky la volle, nel ’61, nella registrazione della sua opera Oedipus Rex di cui diresse l’orchestra.L’anno seguente Menotti la portò al Festival di Spoleto per una Carmen che fece epoca. Al Maggio Fiorentino del ’67 Shirley entrò nel filone dei revivals del primo Ottocento italiano, interpretando la crudele regina Elisabetta nella Maria Stuarda, in cui teneva testa alla Mary Stuart di Leyla Gençer. Debuttò alla Scala nel ’70 con una seducentissima Dalila nel Samson et Dalila di Camille Saint-Saens. Era una eccellente attrice con una voce ambivalente, ora scura e aulica da mezzosoprano, ora più chiara e acuta da soprano. Così è stata sia Adalgisa, sia Norma nella Norma di Bellini, contralto rossiniano nell’Assedio di Corinto e protagonista di Tosca. Forse il suo più grande ruolo lo ha trovato nella principessa di Eboli del verdiano Don Carlo. Che deve esibirsi nella difficile canzone del velo, quasi sempre pasticciata dai mezzosoprani; lei la eseguiva con nitidezza e regalità trionfanti. Con altrettanta spontaneità padroneggiava Gershwin, e in questo repertorio ricorderemo un bellissimo concerto che offrì a Ravello, tra palme lussureggianti.

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