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LA STATISTICA E LO SCETTICISMO DELLA RAGIONE

(ovvero come guardare al pollo di Trilussa*)

Non è certamente necessario essere psicologi di professione per capire che quando viene a mancare il lavoro, mezzo che rappresenta un ideale ponte tra il nostro privato e l’immagine pubblica e partecipativa di ciascuno, si sviluppano nella maggior parte dei casi, una miriade di sottili tossine psicologiche che aggrediscono l’individuo ancor prima che nel fisico soprattutto nel suo stesso equilibrio psico affettivo.

La deriva di questi sentimenti negativi segue percorsi strettamente legati al soggetto che vive questa situazione, sia uomo o donna, sia giovane o anziano, sia sano che handicappato fisico o mentale, sia con la fedina penale pulita o magari sporcata da reati commessi ed ormai estinti nel tempo. Naturalmente non cito queste categorie a caso; mi limito ad evidenziarle anche se ne andrebbero aggiunte molte altre, come: immigrati, ragazze madri, persone con difficoltà di genere, orfani, pensionati a basso reddito etc etc.

Tutti, a parte i pochi fortunati che hanno possibilità materiali di sopravvivenza propria, come beni di famiglia o altro sono investiti non dall’ansia, sentimento che va e viene in situazioni momentanee, ma dall’angoscia.

Sentimento quest’ultimo molto più difficile da sopportare perché fa vivere la persona in un limbo di incertezza senza tempo e di umiliazione a tempo indeterminato.

Mi chiedo quale sia la categoria umana che sta peggio di tutte le altre? Arduo individuarlo ma forse utile da tenere presente per meglio individuare quali e quante sono le altre categorie.

In questa direzione, forse con un beneficio d’inventario molto ampio, si può fare un piccolo tentativo. Secondo i dati ISTAT (l’Ente Nazionale di Statistica) pubblicati a Gennaio 2010 in Italia il tasso di Disoccupazione ufficiale in Italia è salito all’8,5 %.

Questa percentuale riportata a numeri reali, ci dice che negli ultimi mesi del 2009 si sono dissolto ben oltre 306 mila posti di lavoro che hanno fatto salire il numero di persone alla ricerca di lavoro a circa 2 milioni 138 mila unità. Numero da considerare per altro ancora in crescita per un 2010 appena iniziato. Tuttavia mi hanno insegnato che le statistiche oltre che leggerle vanno anche interpretate con lo scetticismo della ragione, altrimenti i numeri rischiano di dare ragione soltanto a chi li dà per mestiere o per patologia psichica o per tutti e due i motivi.

Quando ho letto i dati mi ha molto insospettito proprio l’ultima frase del rapporto Istat che ripeto: il numero di persone alla ricerca di lavoro a circa 2 milioni 138 mila unità.

Il problema è che per guardare la realtà che è sempre costituita dal bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno si deve necessariamente sommare anche la cifra di coloro che il lavoro non lo cercano più perché demotivati dalle difficoltà e capire se questa somma porta ad un numero ancora più alto per capire così quale è la vera portata del problema.

Partendo dai criteri ufficiali usati dall’Istat vengono distinte 3 categorie di lavoratori:

  • Gli Occupati.
  • I disoccupati o persone in cerca di occupazione.
  • Gli Inattivi.

Gli “ occupati” sono tutte quelle persone con una età superiore ai 15 anni ed inferiore ai 64 che soddisfano queste caratteristiche:

Hanno effettuato una o più ore lavorative retribuite, nella settimana di riferimento (prima settimana del mese), indipendentemente dalla condizione dichiarata. Hanno un’attività lavorativa, anche se durante la settimana di riferimento non hanno effettuato ore di lavoro. Hanno effettuato una o più ore di lavoro non retribuite presso un’attività familiare.

Non vengono considerati gli stagisti ed i lavoratori in cassa integrazione considerati “occupati” (sottocategoria definita “sottoccupati”) ma vi rientra qualunque tipo di contratto, purché le ore lavorate abbiano un corrispettivo monetario.
I requisiti che individuano invece le persone giudicate “disoccupate o persone in cerca di occupazione” sono coloro che dichiarano:

Di essere alla ricerca di un lavoro in particolare dopo registrazione come disoccupati presso i centri per L’Impiego di ogni provincia italiana o equivalenti.
Di avere effettuato almeno un’azione di ricerca di lavoro “attiva” nelle quattro settimane che precedono la rilevazione.
Di essere immediatamente disponibili ad accettare un lavoro, qualora venga loro offerto passando automaticamente dalla registrazione pubblica di disoccupato a quella di Occupato/a.
La terza categoria Istat quella degli inattivi prende forma quando vengono considerate persone in età i 14 e i 64 anni suddivise, a loro volta, in quattro sotto categorie senza essere pertanto classificate dai Centri per l’Impiego o simili.

a) Coloro che cercano lavoro non attivamente ma “ sarebbero” disponibili a lavorare

b) Coloro che non cercano lavoro ma non sono immediatamente disponibili

c) Coloro che non cercano lavoro, ma potrebbero essere disposti ad accettarne uno che gli venisse offerto di loro convenienza.

d) Coloro che non cercano lavoro e che non sono disponibili a lavorare.


Nella sottocategoria (b) rientrano quelli che l’Istat definisce (finalmente) gli “scoraggiati”, cioè coloro che non cercano lavoro o perché convinti di non poterlo trovare, o perché si ritengono troppo vecchi o troppo giovani, o perché ritengono di non avere le professionalità, o perché pensano che per loro non esistano occasioni di impiego, insomma non sono immediatamente “ disponibili” a lavorare.

Salvo, aggiungo io, un loro recupero psicologico che dia loro la giusta motivazione.

Questa faccenda delle classificazioni è storia vecchia perché facendo un piccolo passo indietro nel tempo sappiamo ad esempio che ufficialmente l’ Istat nel periodo di riferimento: primo semestre 1995 aveva rilevato che in Italia il numero di “ scoraggiati” era pari a 650.000 unità mentre esattamente dopo 10 anni nel primo semestre 2005, gli “scoraggiati” passavano ufficialmente a 1.200.000 unità.

Oggi nel 2010 in piena crisi mondiale, dopo l’ondata della Globalizzazione quanti sono i veri “ scoraggiati”? e di quanto fanno salire il numero GLOBALE dei senza lavoro con o senza motivazione a cercarlo???

Quando il Governo pertanto considera come “ reale” solo il solo tasso di disoccupazione (il + 8,5 % accennato all’inizio) automaticamente “ non vede” e soprattutto evita di dare i numeri reali che tengono conto sia della disoccupazione all’inattività forzata e subita psicologicamente da centinaia? migliaia? Milioni??? di esseri umani.

Da ultimo mi permetto un consiglio chi non ha lavoro e lo cerca sporadicamente o intensamente, abbandoni ogni pudore e qualunque età ha, vada senza indugio al Centro per L’impiego della sua Provincia e si faccia registrare UFFICIALMENTE come disoccupato e si faccia inserire in uno di quei percorsi di Riqualificazione Professionale di cui i centri per L’Impiego devono essere dotati. Solo così avrà un titolo d’esistenza e darà una sua ragion d’essere per la burocrazia con buona pace dell’Istat.

P.S. * da LA STATISTICA di Trilussa

Sai che d'è la statistica? È na' cosa che serve pe fà un conto in generale de la gente che nasce, che sta male, che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa è dove c'entra la percentuale, pè via che, lì,la media è sempre eguale puro co' la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno seconno le statistiche d'adesso risurta che te tocca un pollo all'anno: e, se nun entra nelle spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso perch'è c'è un antro che ne magna due.

 

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